Paolo Grassino

Arte e Critica interview by Alessandro Demma

Lontani dal vuoto decoro e latori di una "scultura senza finzione", i lavori di Paolo Grassino esprimono la condizione dell'esistere e interpretano i fantasmi della storia, in dialettico rapporto col materiale e con la dimensione installativa.

AD: A distanza di sei anni dal nostro incontro in un bar di piazza Vittorio, a Torino, ci fermiamo a riflettere sul tuo percorso artistico. L'infanzia dedicata al disegno e alla pittura, sotto la guida di tuo padre, l'adolescenza caratterizzata dall'incontro con la scultura, nello studio di Luigi Mainolfi, e con esperienze come quella dell'Arte Povera, che segnavano il percorso dei musei e delle gallerie di Torino, rappresentano un background culturale che nelle tue sculture è sempre stato molto visibile. L'approccio bidimensionale, ad esempio, che nel momento dell'ideazione costruisci nella tua mente, nella fase di realizzazione si trasforma in elemento tridimensionale...

PG: Sì, è proprio così. L'idea, il pensiero è bidimensionale. Naturalmente parlo dell'aspetto solo retinico dell'opera. L'immagine, la prima, non ha tre dimensioni, è quasi uno scatto fotografico mentale. Qualcuno dice scenografico, ma non c'entra niente. La sola scenografia non fa il teatro, non fa l'opera. Sono le mille facce della scultura non ancora realizzate che creano l'opera nel suo divenire. Seguo con rigore l'immagine che ho visto e ipotizzato, deve essere quella, con quei materiali, con quelle dimensioni.

AD: In questo senso nel tuo lavoro i materiali rappresentano non soltanto una scelta estetica ma anche e soprattutto una scelta linguistica. Sembra quasi che siano loro a scegliere l'opera, ad impossessarsi della tua visione dell'opera per dargli forma.

PG: Assolutamente. Il materiale non perdona. Come il mare, come la montagna. Se sbagli sei spacciato. Nella scultura non puoi fingere, rischi continuamente il decoro.

AD: Quanto è reale e quanto è "simbolica" dunque per te la materia?

PG: Cerco un'intesa. Rivolgo delle domande al materiale o all'oggetto. Ricevo delle risposte che naturalmente non sono sempre traducibili in parole. Tali risposte sono parole o immagini altre, a volte prive di logica. Il difficile è proprio questo: lasciare che l'illogico si sveli, rispettando e conservando, quindi, ciò che non è chiaro.

AD: La tua ricerca muove dai concetti di realtà e sogno, di possibilità e impossibilità dell'esistenza, di riflessione e analisi sulla società attuale, che intendi come territorio magmatico, incerto, metamorfico...

PG: La mia ricerca parte da riflessioni sulla condizione dell'esistere, sull'ingannevole separazione tra interno ed esterno, sull'analogia tra la nostra natura interna e quella esterna. Il sogno, o meglio, l'irrazionale, l'illogico, diventano interpreti per affrontare tematiche di un'oggettività che non dovrebbe esistere, anche se è sempre legata al credibile, alle realtà note.

AD: Il "fantasma della storia" è un altro dei tuoi temi, penso al recente Lavoro rende liberi, ma anche a Lode a t.t. Che significato assume la storia nelle tue opere?

PG: La storia ha notevole importanza, ma più che altro certi episodi della storia. Mi interessano alcune vicende che si prolungano nel tempo fino a raggiungere il nostro contemporaneo. Certe parti della storia non sono concluse ma solo convertite in altre vicende. Credo che la storia sia un mezzo per parlare dell'oggi, per rendere più traducibile il nostro quotidiano.

AD: Sin dai tuoi esordi hai investigato, costruito e decostruito il corpo umano e gli animali. Quali significati assumono nei tuoi progetti?

PG: Per me hanno un significato solo se si incontrano o scontrano con un oggetto, con un corpo estraneo. Il colloquio tra la figura umana o animale con l'oggetto, con il manufatto, crea una sorta di narrativa. Non è una ricerca sul corpo. Ciò che maggiormente mi interessa è l'attimo dell'incontro. Il primo sguardo di due parti estranee che attraverso il loro incontro diventano un corpo unico e inseparabile.

AD: Spesso utilizzi la scultura come partenza per poi spingerti verso progetti installativi, sovente di grandi dimensioni, in cui si rintracciano esperienze di sintesi, come ne I topi ballano o in Armilla. Ci racconti di queste tue sperimentazioni?

PG: Non mi sento propriamente uno scultore. Anche quando realizzo delle figure in fusione di alluminio, che potrebbero rimandare alla tradizione della scultura, le intendo sempre come delle installazioni legate al contesto. Condividere con molte persone la realizzazione di progetti installativi di grandi dimensioni, coinvolgendo edifici o tratti di strada, allontana l'idea che l'opera appartenga all'artista. Davanti a questi interventi certe volte mi sento più spettatore che autore...

AD: Recentemente hai rifiutato l'invito alla 54. Biennale di Venezia. Cos'è accaduto e perché hai preso questa decisione?

PG: È stata una decisione difficile. Ho declinato l'invito per una mancanza totale da parte del curatore e dell'ufficio organizzativo di professionalità e di rispetto per gli artisti invitati. La Biennale di Venezia è pur sempre la regina delle mostre e credo che sia una manifestazione che vada ancora rispettata.

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