Marco Tirelli

Recensione di Luigi Meucci

La ricerca pittorica di Marco Tirelli (diplomatosi in scenografia all'Accademia di Belle Arti di Roma sotto la guida di Toti Scialoja e componente della cosiddetta "Nuova Scuola Romana") si sviluppa mediante la raffigurazione di semplici elementi di forma geometrica, talora dotati di terza dimensione, che originano immagini depurate dall'utilizzo di uno spettro ristretto e castigato di colori e da un purismo costruttivo che rievoca - pur differenziandosene - le correnti minimaliste d'oltreoceano e gli stilemi dell'astrattismo geometrico.
Queste figure dai colori soffusi, inserite all'interno di una scala cromatica riferita principalmente ai toni del grigio, del nero, del marrone, dell'ocra, del giallo, del rosso carminio e del verde, e dalla dialettica fra due sole tonalità di colore, si differenziano dai riferimenti astratto-geometrici dei primi decenni del Novecento, creando un'atmosfera di sapore metafisico e di sospensione degli oggetti nello spazio e al di fuori del tempo.
Tutto ciò diviene possibile perché Tirelli tratta la materia pittorica in maniera preziosa, evitando la stesura "a plat" del pigmento, come un vero artista del passato che ben conosce il mestiere, andando a connotare le sue opere con un dualismo compositivo-realizzativo che contrappone alla semplificazione strutturale dell'impianto del dipinto una sua esecuzione estremamente raffinata.
Le emozioni suscitate dai suoi lavori vengono talvolta amplificate dalla ripetizione di uno stesso tema pittorico, che, variato in differente misura, determina opere multiple, costituite da diversi quadri, accostati l'uno all'altro o disposti in file affiancate e sovrapposte, per comporre un insieme - allo stesso tempo ordinato e sistematico - che evidenzia il carattere misurato del suo operare e l'interesse per la messa in scena del suo agire all'interno di architetture di grande respiro.
A partire dai primi anni Duemila, Tirelli plasma immagini ulteriormente semplificate nell'organizzazione e nella cromia: alle colorazioni già austere, sommesse e polverose degli anni precedenti, sostituisce una gamma cromatica ridotta all'essenzialità del nero, del bianco e delle varie sfumature del grigio, per ritrarre forme e volumi, quali sfere, cilindri, prismi, ma anche ambienti rarefatti o costruzioni concrete e reali, rampe di scale elicoidali od altri oggetti, che generano un'atmosfera pulviscolare, e quasi monocromatica, connotata dall'antitesi fra la luce e l'ombra, il dentro ed il fuori, il visibile e l'invisibile, il noto e l'ignoto, che richiama alla mente, nella riproduzione di certe ambientazioni spaziali, gli eterei spazi di luce di James Turrell.
Nell'esercizio dell'attività scultorea, Tirelli, come un vero alchimista, forgia strutture composite, quali scalinate, apparecchi di misurazione astronomica, strani alambicchi ed altri manufatti non bene identificabili, realizzati con gesso, metallo, bronzo o legno; veri e propri oggetti multimaterici che, poggiati su basi scure ed affissi alle pareti, affiancati ed alternati ad altre opere pittoriche, "costruiscono" installazioni di rara suggestione estetica e di indagine mentale che vanno ad occupare con la loro reale fisicità lo spazio circostante.
E' come se l'autore, nell'associare fra loro le varie, differenti realtà, anche percettive, mirasse a raggiungere una "reductio ad unum", dove quello che rileva è l'effetto d'insieme ottenuto, a denotare il suo interesse ordinatorio e classificatorio (come un enciclopedista del Settecento) per i singoli elementi, prefigurando la sua predilezione per la materializzazione della forma attraverso la produzione di entità dotate di consistenza volumetrica che virano il suo lavoro verso una oggettualità concreta, meritoria di nuova, attenta osservazione, e preordinata alla creazione di tangibili e scenograficamente apprezzabili ambientazioni architettoniche, come nella recente mostra dell'estate 2014 alla Fondazione Pescheria di Pesaro dal titolo "Osservatorio".
I molteplici riferimenti del suo lavoro spaziano dalle teorie sui solidi platonici ai principi geometrici di Giovan Battista Alberti, attingono al "De Divina Proportione" del matematico Luca Pacioli e giungono all'esoterismo di Durer (si veda di Tirelli il mirabile senza titolo, dipinto nel 2010, che riproduce il poliedro o troncato romboedrico raffigurato nell'incisione "Melencolia" del cinquecentesco artista tedesco), attraversano le ricerche concrete del secolo scorso di Malevic ed arrivano al Bauhaus ed alla pittura metafisica di de Chirico, attribuendo un particolare riguardo alle percezioni sensoriali della luce e dell'ombra ed al lirismo di Rothko, perché Tirelli è pittore "illuminato" e "di luce", che nell'insistita ricerca del minimo, da grande artista qual è, plasma con pochi elementi - con squisito mestiere e senza materiali scintillanti - un edificio mentale capace di suscitare domande, ma anche assortimento ed incanto, perché la bellezza, in quanto riferita a un'essenza che fa radicare direttamente le sue determinazioni qualitative nella sostanza attraverso la forma, non ha necessariamente bisogno, per esistere, di immagini giocose, ilari o seducenti.
Tirelli mette a fuoco, come oggetto della propria investigazione artistica, quel luogo di confine - quella soglia - costituito dalla porzione di spazio in cui il percepito ed il nascosto, l'apparente ed il celato, attraverso il gioco significante ed illuminante della luce, vengono a contatto fra loro, lasciando intuire la frammentarietà di ogni nostro sapere e della sola percezione sensoriale, sintomo di mera soggettività e di pura sensazione, che ci permette di sperimentare uno scibile ancorato esclusivamente alla sostanza materiale e visibile delle cose.
La sua ricerca si connota all'interno del filone della pittura metafisica, intesa quale esplorazione e discussione su tutto ciò che è al di là da ciò che appare nell'esperienza ed oltre alla fisica, attraverso la realizzazione di immagini che - soprattutto negli ultimi anni - originano una spazialità sempre più dilatata ed edificano una scatola scenica che, sempre più sovente, conferisce rilevanza all'evidenza plastica delle forme e disgela un universo cerebrale di profonda meditazione.
L'opera di Tirelli - nella sua tangibile ed esteticamente apprezzabile manifestazione esteriore - si addentella in modo manifesto all'arte concettuale, richiamandosi ad idee filosofiche ed a teoremi e pensieri di intensa cultura scientifica e poetica, significando il suo interesse per una ricerca volta ad analizzare il mondo della materia e della mente, dell'immanente e del trascendente, secondo un atteggiamento razionale, nell'approccio e nei metodi, che trae uno spunto significativo dal neoplatonismo e dal razionalismo, e cerca di conciliare il suo microcosmo artistico - il microcosmo, cioè, dell'essere - con il macrocosmo dell'Universo, come un alchimista che, presentandoci le reificazioni dei suoi strumenti di misurazione dello spazio, aspira ad indagare i misteri dell'inconoscibile, sfidando il caos dei tempi presenti con un messaggio di bellezza che vuole strapparci all'indifferenza, lasciandoci attoniti a contemplare, stupefatti ed estasiati, le sue magiche astrazioni fisiche e intellettuali, perché anche nell'oscura notte "l'anima riesce a uscire da tutte le cose create e a incamminarsi verso quelle eterne" (Giovanni della Croce - La notte oscura).
Tirelli dichiara di considerarsi a cavallo fra il Classicismo ed il Romanticismo, per cui l'arte deve essere consapevolezza, come il pensiero, ed allo stesso tempo istinto o slancio mistico, come la vita, aspirazione ad una meta irraggiungibile, nostalgia indefinita, appassionato richiamo ad un paese di sogno, alla base del quale si trovano elementi meditativi ed espliciti riferimenti di idee e concetti.
In lui coesistono pertanto "l'esprit de geometrie" e "l'esprit de finesse", due centri d'interesse che danno vita a un bipolarismo, intellettuale e spirituale, che permea in maniera indiscussa tutta la sua opera: dall'esemplare contrapposizione di due gradazioni di colore, al contrasto fra luce ed ombra, visibile e invisibile, noto ed ignoto, alla dicotomia fra principio e fine, aldilà di quella "soglia" oltre la quale si spalancano spazi evanescenti e siderali di speranze, meraviglie e sottili inquietudini.
Nei lavori degli ultimi anni, la ricognizione estetica di Tirelli rivela la volontà di perseguire un purismo pittorico, cromatico e formale, che semplifica ulteriormente il suo messaggio visivo e che mette a nudo - come nelle sue ultime plurime ed eterogenee installazioni esposte nel 2013 all'Istituto Nazionale per la Grafica di Roma ed alla Biennale Internazionale d'Arte di Venezia - le fasi di germinazione e realizzazione del suo fare artistico attraverso l'allestimento delle idee e dei disegni preparatori delle sue opere e dei suoi piccoli bozzetti-sculture.
L'esibizione della sua particolare "wunderkammer" riporta alla memoria il pensiero di Gino Severini, che nel suo Du Cubisme au Classicisme (Esthètique du compas et du nombre), pubblicato a Parigi nel 1921, dopo aver rivelato che i suoi maestri, dopo Vitruvio, erano Fra' Luca Pacioli, Leonardo e Durer ed i suoi modelli Masaccio, Signorelli, Uccello…, non per "esprimere le apparenze", ma per "continuare lo spirito veramente costruttivo" auspicava che l'artista fosse una specie di "iniziato"…, e quello di Giorgio de Chirico, che traduceva il termine di artista "iniziato" di Severini nella figura del "mago moderno": "il pittore in fondo… ha sempre qualcosa del mago e dell'alchimista".
Il palpito atmosferico che si respira nella immateriale rarefazione delle immagini create da Tirelli, rende conto dell'operazione culturale dell'artista, che, fra richiami scientifici, filosofici e letterari, distilla un mondo che unisce al cerebralismo dell'arte pittorica - che aspira ad un purismo di ordine classico e neoplastico - l'idealismo creativo di carattere romantico, attraverso un viaggio nel "silenzio della pittura e del colore" ove Tirelli scandaglia la propria e la nostra interiorità, rappresentando il mondo del visibile e del non visibile (quello che l'autore chiama il mondo delle possibilità), ed idealizzando il suo sentire con toni cromatici smorzati, che accompagnano in un universo cristallizzato di quieta e intensa poesia, che permette di collocarlo, nel panorama dell'arte attuale, in una posizione del tutto particolare che rifugge i "pascoli sicuri" della pittura d'effetto e di sgargiante vistosità e che postula, da parte dell'osservatore, un'identità di gusti e d'interessi non convenzionale, instaurando fra lo spettatore e l'opera il mistero profondo della creazione artistica.

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